La nostra storia

Da una tragedia famigliare nasce Rinascita Vita… I genitori di Giorgio decidono di usare la loro esperienza per aiutare gli altri.

In auto contro un palo: per i medici era morto. Poi il miracolo e l’emarginazione senza speranze

Giorgio, in un lettino di clinica, piega la gamba destra. Di scatto. Mamma Elena è lì, affianco, ormai da mesi. E’ un tuffo al cuore. Si avvicina, accende la luce in cameretta. Giorgio è uscito dal coma profondo.
E’ l’estate del 1980. Un ragazzo di 21 anni dato per morto da stuoli di medici, torna a vivere. Per Giorgio , uno dei primi ‘ex-comatosi’, inizia un’altra vita. L’avventura di Giorgio diventa una storia splendida e terribile. Uno splendido miracolo d’amore. Una terribile eutanasia del sistema, la morte di una società che continua a rifiutarlo, “a non accorgersi che esiste”, come racconta il padre.
Lui, il 3 marzo del 1980, si è schiantato contro un palo di Corso Europa. Sulla Renault 5 guidata da Giorgio c’è la sua ragazza, che morirà prima di entrare in sala operatoria. Dietro altri due amici rimasti illesi. Quattro amici, quattro famiglie. Una domenica pomeriggio ha cambiato le loro esistenze. Giorgio viene ricoverato d’urgenza alla rianimazione del San Martino. L’hanno estratto incosciente dal groviglio di lamiere e non si è più risvegliato.
Il padre e la madre, sono già stati toccati dal dolore. Sette mesi prima hanno perso sulla strada un figlio, Roberto, 14 anni soltanto. E ora Giorgio, il più grande, è in fin di vita. Nella disperazione più profonda cresce la voglia di lottare, di sperare, di crederci. Nonostante Giorgio non dia segni di vita e al monoblocco non te lo fanno neppure vedere, nonostante il primario abbia detto che Giorgio non vivrà, nonostante tutti i giorni non si respiri altro che quell’odore di camera sterilizzata, nonostante la cartella clinica non ’registri’ alcuna speranza.
Elena, in quella cameretta dove suo figlio ‘dorme’, riesce ad entrare con l’aiuto di qualche infermiera. E’ da quel momento che il figlio, morto, ad ‘ascoltare’ il monitor del reparto, torna alla vita. “Non poteva parlare, ma io riuscivo a dialogare con lui – ricorda la madre -. Un giorno voltò piano piano le pupille e aprì gli occhi. Per un attimo.” Eppure la prognosi non lascia scampo: coma profondo.
Giorgio resta al San Martino, intubato. Qualche minuto di ginnastica passiva non basta per far circolare il sangue, per impedire le calcificazioni. Sulla schiena, giorno dopo giorno si allarga una piaga da decubito: pelle e carne si incacreniscono in quella posizione. Il primario di rianimazione, non intende trasferirlo. Il professor Davini, in quelle condizioni non intende operarlo. “Litigarono davanti i miei occhi – racconta il padre -, mentre mio figlio stava morendo”. Ma chi non s’arrende è mamma Elena, che firma e porta via Giorgio dal San Martino dopo 100 giorni. Destinazione? Una clinica milanese. Racconta la madre: “il professor mi disse: ‘lei ha firmato per la morte di Giorgio’, ma già in ambulanza il mio ragazzo aveva cambiato espressione. E nella clinica di Milano ho capito l’assurdità di vietare l’ingresso ai famigliari. Lì, Giorgio, era in un’ampia camera illuminata e noi potevamo stargli vicino, parlargli, vivere con lui quel lungo sonno”.
L’ennesimo spostamento, a Innsbruck, nello stesso reparto dov’è ricoverato Leonardo David, lo sciatore azzurro caduto a Lake Placid. Una trombo-flebite peggiora la situazione clinica del ragazzo. “Spendevamo un milione al giorno – racconta il padre, – , ci siamo venduti un appartamento dopo l’altro. Ora siamo a terra, abbiamo bisogno di lavorare. Abbiamo ascoltato decine di medici e qualcuno ne ha pure approfittato. Uno specialista romano prendeva un milione a consulto, consulti perfettamente inutili”.
In un’altalena spossante di gioie e delusioni, la famiglia riporta Giorgio a Genova alla clinica Montallegro. Sua madre gli è sempre vicino, dorme con lui, vive con lui. E s’accorge, la notte del venti agosto, che Giorgio ha contratto quella gamba. Ma non riesce a stenderla. Il giorno dopo arriva il padre, chiede a Giorgio piccole risposte. Faticosissime per lui. “Muovi il sopracciglio una volta se è si, due volte se è no”. Lo muove: è vivo. Di nuovo. Il professor Davini questa volta lo opera, gli scarica il liquido che preme contro il cervello.
“E pensare che i medici di San Martino avevano detto che Giorgio sarebbe rimasto paralizzato e stupido”, giura papà . Ma le lesioni cerebrali sono solo parziali. Prova a spiegare il padre: “Gli sono morte le cellule delle inibizioni e così spesso lui risponde solo all’istinto: se ha voglia di viaggiare improvvisamente scompare e lo ritroviamo a Milano, a Pisa o in Svizzera. E poi Giorgio ha perso il coordinamento dei centri motori, cammina un po’ male e fa fatica a parlare”. Ma scrive. Ama scrivere, in Italiano e in Inglese. E legge scampoli di Garcia Lorca e paragrafi del ‘De Bello Gallico’. E ricorda, ha lampi di memoria insospettabili: “è l’unico che davanti al giudice ha saputo ricostruire l’incidente”, assicura il padre. Giorgio, però, non è autosufficiente, ha bisogno di essere seguito ogni istante. “E noi non ce la facciamo più”, giurano i genitori. Forse tocca alla Sanità. Così… da una tragedia famigliare nasce Rinascita Vita… i genitori di Giorgio decidono di usale la loro esperienza per aiutare gli altri.

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